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PONZA: ISOLA PIENA
DI STORIA
Ponza è la maggiore delle Isole Ponziane (arcipelago
che comprende anche le isole di Gavi, Zannone, Palmarola, Ventotene e Santo
Stefano) ed è situata nel Golfo di Gaeta (Mar Tirreno), 21 miglia nautiche a
sud di Capo Circeo.
Ponza ha una superficie di circa 8 chilometri quadrati
ed è quasi completamente montuosa: sovrastata al centro dai monti Core, Tre
Venti e Pagliaro, raggiunge la massima
altitudine con i 280 metri del monte Guardia, posto all'estremità meridionale
dell'isola.
Le sue coste sono frastagliate e per lo più rocciose,
costituite prevalentemente da caolino e tufi, a dimostrazione, insieme con i
numerosi crateri inattivi da millenni ma ancora ben riconoscibili, dell'origine
vulcanica dell'isola. La presenza di grotte sottomarine e di scogliere
richiamano ogni anno migliaia di appassionati subacquei, mentre le tipiche
spiagge raccolte all’interno di spettacolari baie (una per tutte la celebre
Chiaia di Luna, circondata da un'alta scogliera a picco sul mare, sita nella
parte sud-ovest dell’isola) sono meta di bagnanti da tutto il mondo.
Tra le peculiarità di Ponza divenute ormai scenari
inconfondibili, la Scogliera ed i Faraglioni di Lucia Rosa. I famosi faraglioni
prendono il nome dalla protagonista di una tragedia realmente accaduta nel XIX
secolo: Lucia Rosa era una giovane donna di diciannove anni, innamorata di un
misero contadino ma impedita a sposarlo per l'opposizione della famiglia; la
ragazza, in preda alla disperazione, si suicidò gettandosi dall'alta scogliera,
che da quel momento venne ribattezzata in suo nome dagli abitanti del posto.
La forma dell'isola è stretta e allungata, e si
estende dal Faraglione La Guardia, a sud, alla Punta dell'Incenso, a nord-est,
una lingua di roccia che sembra tendersi verso la vicina Isola di Gavi;
separata da Ponza da un braccio di mare di appena 120 metri.
La vegetazione è tipicamente mediterranea, con
prevalenza di agavi, fichi d'India e ginestre.
L'isola di Ponza è popolata fin dal Neolitico, ma i
suoi principali centri nacquero sotto la dominazione dei Volsci. Occupata in un
primo tempo dai Fenici, che la adibirono a scalo commerciale, nell'VIII secolo
a.C. fu colonizzata dai Greci, cui è attribuibile un ipogeo funerario e,
secondo numerosi storici, l'acquedotto di Le Forna. Anche il nome deriverebbe
dal greco antico Pòntos, Ποντος o Pontia, Ποντια.
Nel 312 a.C. vi giunsero anche i Romani,
che destinarono Ponza per lo più a luogo di confino, ma anche di villeggiatura.
Restano infatti rovine di ville tipicamente romane (la più famosa si trova
sulla Collina della Madonna e risale al I secolo d.C.), di un acquedotto, di
vasche (tra cui le Grotte di Pilato) e di una cisterna per la raccolta
dell'acqua piovana (il cosiddetto "Bagno"). Risale ai recenti anni
ottanta il ritrovamento del relitto di un'antica galea romana, probabilmente
appartenente al I° secolo d.C., naufragata mentre trasportava vasellame e
derrate alimentari.
La tradizione vuole che il nome dell’isola sia stato
attribuito in epoca romana, in onore del governatore di Giudea Ponzio Pilato,
ma Strabone, che già la chiamava Pontia definendola “isola dei Volsci”, è morto
prima che Ponzio Pilato fosse governatore della Giudea.
Nel medioevo l’isola fu un fiorente centro commerciale
e religioso. La vicina Palmarola ospitò gli ultimi drammatici anni di papa
Silverio, da lì egli fu costretto a rinunciare al papato e, confinato
sull’isola, vi morì di stenti nel 537. Da subito venerato e santificato dalla
popolazione dell’intero arcipelago, divenne poi il patrono del Comune di Ponza
ove tutt’oggi viene onorato il 20 giugno con una imponente processione e
festeggiamenti che coinvolgono l’intera isola. I monaci benedettini, oltre ad
erigere l'abbazia di Santa Maria, diedero forte impulso ai traffici commerciali
di Ponza. L'opera dei frati fu poi pressoché vanificata quando, a partire dal
IX secolo, l’isola fu oggetto di feroci razzie da parte dei pirati saraceni.
Solo nel 1202 Ponza tornò all'antica
importanza, grazie alla Bolla con cui Papa Innocenzo III riaffidò ai frati
cistercensi l'abbazia di Santa Maria, la quale nel 1233 venne
"incorporata" nella Basilica di Sant'Anastasia al Palatino fuori le
mura di Roma. Nel 1300 le acque di Ponza furono teatro della battaglia navale
con cui Ruggero di Lauria, duca di Calabria, sconfisse l'ammiraglio Corrado
Doria al soldo del re di Sicilia Federico III di Aragona. Un’altra famosa
battaglia ebbe luogo in quelle acque nel 1435, durante l'assedio di Gaeta,
quando l'ammiraglio genovese Biagio Assereto, per la casata degli Angioini,
sconfisse la flotta di Alfonso I re d'Aragona, che iniziava a nutrire mire di
conquista dell'isola. Mire che vennero di lì a poco raggiunte, infatti Ponza,
che nel 1322 era passata alle dipendenze dell'abbazia di Fossanova (con la
bolla di papa Onorio III), nel 1454 fu occupata dagli Aragonesi, che
scacciarono i monaci cistercensi dall'isola. Questi si rifugiarono a Formia ove
fondarono la chiesa di Santa Maria di Ponza.
Ponza ha subito innumerevoli incursioni piratesche.
Nel 1534 l’isola fu messa a ferro e fuoco dal saraceno Khair-ad-Din (conosciuto
come il "Pirata Barbarossa"). Quando, nel 1542 Carlo V, re di Spagna
e imperatore, concesse in feudo l'isola a Pier Luigi Farnese (parente con i
Duchi di Parma, che ne erediteranno il titolo su Ponza), legò la concessione
all’obbligo di difendere l’isola dagli attacchi pirateschi. Purtroppo ciò non
impedì l’incursione dal corsaro Dragut che nel 1552 portò morte e distruzione a
Ponza, né la feroce razzia compiuta dai turchi nel 1655 durante la quale fu
distrutta anche la torre del porto.
Dopo un breve periodo di presidio austriaco, nel 1734
Elisabetta Farnese, madre di Carlo III di Spagna re di Napoli, cedette l'intero
arcipelago delle Ponziane al figlio, il quale rese le isole beni privati della
corona e ne avviò un'intensa colonizzazione, facendovi pervenire coloni
soprattutto da Ischia. Ciò rese indispensabile rafforzare la protezione
dell’isola dagli attacchi corsari. Il dispiegamento delle difese borboniche
raggiunse l’obiettivo, infatti dopo che nel 1757 una flotta di navi napoletane,
cui si erano unite anche galee da guerra maltesi e pontificie, sconfissero un
manipolo di navi turche presso l'isola di Palmarola, l'arcipelago divenne
finalmente un luogo sicuro.
Nel 1768 re Ferdinando IV di Borbone avviò una fase di
miglioramento delle condizioni economiche degli isolani. Inviati tecnici per
dirigere i lavori, questi durarono fino al 1793, con il lavoro di alcune
centinaia di forzati ergastolani, che poi, nel 1795, furono rinchiusi nel nuovo
carcere di Ponza. In questa seconda fase, sotto la guida di Antonio Winspeare,
Ufficiale del Genio, e dell'ingegnere Francesco Carpi, furono avviate e portate
a compimento le opere pubbliche che ancor oggi caratterizzano l'arcipelago: il
Porto di Ponza (con la caratteristica quinta curvilinea di abitazioni su due
livelli stradali), il cimitero, la fortezza, il palazzo degli Uffici (oggi sede
del Comune), la chiesa, il Forte Papa alle Forna, l'abitato di Ventotene ed il
suo piccolo porto detto Pozzillo giacchè le ripide quinte semicircolari (simili
a quelle del porto di Ponza) innestate sull'antico Porto romano ben
salvaguardato, richiamano le pareti di un pozzo. A prescindere dalle spiacevoli
sensazioni indotte dall'uso, anche l'Ergastolo di Santo Stefano, dovuto agli
stessi Carpi e Winspeare, è opera di notevole rilievo: pianta a ferro di
cavallo e Cappella/punto di osservazione centrale, ispirati ai principi del
Panopticon del britannico Jeremy Bentham.
Nel 1813 Ponza fu occupata dagli inglesi guidati
dall'ammiraglio Carlo Napier, che venne nominato conte dell'isola. Ma, due anni
dopo, il Trattato di Vienna restituì l'isola ai Borboni. Nel 1857 Ponza fu
raggiunta dalla spedizione del patriota Carlo Pisacane, che, impadronitosi del
Cagliari, un piroscafo che faceva la spola tra il capoluogo sardo e Genova,
giunse nel pomeriggio del 27 giugno a Ponza. Pisacane liberò i detenuti del
carcere, con essi si recò a Palazzo Tagliamonte ove distrussero l'archivio
dell'isola, quindi ricostituì la sua spedizione contro il Regno delle Due
Sicilie. L'impresa finì poi tragicamente, dopo lo sbarco di Sapri del 28
giugno.
Solo nel 1861, dopo la sconfitta ad opera di Giuseppe
Garibaldi del Regno delle due Sicilie, Ponza fu annessa al Regno d'Italia. Nel
1928 il regime fascista destinò Ponza a luogo di confino degli oppositori
politici. Lo stesso Mussolini fu poi prigioniero nell'isola dal 27 luglio al 7
agosto 1943.
Nel 1935 venne avviato lo sfruttamento del giacimento
di bentonite a Le Forna (miniera "Samip" – Società Azionaria Miniere
Isole Pontine – che rimase attivo fino al 1975). La realizzazione della miniera
di Ponza costò l'esproprio di qualche terreno, ma diede lavoro a circa 150
uomini, oltre al traffico marittimo per il trasporto del minerale in
continente. Tuttavia l'isola dovette pagare la devastazione di una delle sue
cale più belle e non pochi casi di silicosi tra gli operai addetti.
Nelle località di Frontone e di Capobianco si trovano
delle miniere di perlite (una matrice grigiastra di ceneri e lapilli debolmente
cementata ed inglobante dei proietti vulcanici nerastri e vetrosi), attualmente
dismesse.
Il settore trainante dell'economia locale è,
ovviamente, il turismo balneare. Ogni anno, specialmente d'estate, giungono
sull'isola migliaia di bagnanti e appassionati di immersioni subacquee. Anche
per questo i centri abitati sono disseminati di stabilimenti balneari, hotel,
ristoranti e locali notturni, oltre che di diving center. Dopo il turismo, le
principali aree di attività sono la pesca e, in misura minore, la coltivazione
della vite.
Dotata di un sistema viario interno, l'isola è
raggiungibile dalla terraferma grazie ai traghetti che collegano il porto di
Ponza con Anzio, Formia, Terracina e Napoli.
Ai numerosi appassionati subacquei che
ogni anno visitano gli splendidi fondali ponzesi segnaliamo alcune tappe che
non possono mancare nell’itinerario delle immersioni:
Le "Formiche", un gruppo di
scogli affioranti considerati l'immersione più interessante dell'isola per i
canaloni a 30 metri di profondità che si affacciano su un gradone digradante fino
a oltre 50 metri e per la diffusa presenza di gorgonia rossa visitata da murene
e cernie;
"Punta della Guardia", franata
ricca di saraghi e cernie da un lato e, dall'altro lato, parete fino a 42 metri
di profondità;
La "Secca di Mezzogiorno", che
sale dal fondo marino a circa un miglio da Palmarola da 80 a 40 metri,
ricoperta di gorgonie rosse e abitata da aragoste, cernie e murene;
Lo "Scoglio della Botte", a otto
miglia dall'isola, con due grotte situate a 36 e 27 metri di profondità.
All’interno delle grotte si trovano abbondantissimi i gamberi Plesionika
narval.
"Punta del Papa", rinomata per le gorgonie e con una parete
ricca di spaccature che scende fino ai 36 metri di profondità.
IL
CARNEVALE DI BAGOLINO
Bagolino è un piccolo comune
(meno di 4.000 abitanti) che si erge nella Valle del Caffaro, laterale destra
della Valle Sabbia, nell’alto Bresciano.
Il borgo, (Bagulì in bresciano), conserva intatto il suo carattere
medievale: case addossate le une alle altre, stradine strette e tortuose,
portici, piazze, fontane, palazzi antichi e le strette scalinate che salgono
alla chiesa di San Giorgio.
La piccola località climatica e di
soggiorno, è famosa in particolare per due sue “specialità”, il Bagòss ed il carnevale.
Bagossi è il nome degli abitanti di
Bagolino, da qui nasce il nome del formaggio che si produce in quella valle. Un
formaggio a pasta cruda e da latte parzialmente scremato, che in quest'area
alpina assume caratteristiche assolutamente originali. Seguendo un'antichissima
tradizione, per la lavorazione del Bagòss
vengono utilizzati esclusivamente latte delle mucche della valle, fuoco a legna
e grandi pentoloni di rame. Durante la fase di rottura della cagliata i casari
aggiungono un cucchiaino di zafferano poi, nel corso dell'affinamento, la
crosta viene unta con olio di lino crudo, che conferisce alla forma una tipica
colorazione bruno-ocra. Formaggio nobilissimo, è affettuosamente chiamato dai
locali il "grana dei poveri" perché, quando è ben stagionato, si
presta alla grattugia, ma il Bagòss è
soprattutto uno straordinario formaggio da tavola.
Il carnevale di Bagolino (o carnevale
Bagosso) risale almeno al XVI secolo, come documentato da scritti conservati
nell’archivio comunale e per il suo folklore tipico, conservatosi tale in virtù
della posizione isolata del paese, ha acquisito notorietà crescente, attirando
anche l’attenzione di studiosi di etnologia. La festa si articola in due
manifestazioni distinte, animate rispettivamente dalle eleganti figure dei Balarì
(ballerini e suonatori) e dalle figure grottesche dei Maschér (maschere).
L'aspetto più spettacolare del
carnevale è senza dubbio rappresentato dai Balarì
che, vestiti con giacca e pantaloni al ginocchio scuri ornati da ricami,
calze bianche lavorate, camicia bianca, cravatta scura, un lungo scialle di
seta e tracolla di velluto ricamato, danzano sotto le case di amici e parenti,
ma soprattutto di coloro che hanno prestato l'oro usato per adornare i cappelli
totalmente ricoperti di fettuccia rossa, nastri colorati e gioielli.
L'altra parte del carnevale di Bagolino
è rappresentata dai Maschér che travestiti da vecchio e vecchia e con la voce
in falsetto, si divertono a fare dispetti senza mai farsi riconoscere.
Collegata alla possibilità del
mascheramento, era la tradizione di "andar
a seste" (andare a ceste) in uso nel passato, dove lo scopo esplicito
era il corteggiamento. Era d'uso che
la concimazione dei prati fosse lavoro esclusivamente riservato alle ragazze
che prestavano la loro opera portando le ceste con il letame sulla testa,
appoggiate al Bastarèl (cuscino
pieno di fieno o paglia per trasportare pesi). Il lavoro non durava più di due
giorni e la sera del primo giorno, quando le ragazze si fermavano a dormire
presso i datori di lavoro, i Maschér
andavano a trovarle. Le ragazze stesse durante il lavoro, con canti a rima,
facevano in modo che si sapesse dove stavano lavorando e chi desideravano
incontrare. I Maschèr facevano in
modo che la sera si trasformasse in festa per tutti, con scherzi. Da questa
usanza alcuni fanno derivare il carnevale dei Maschér, intriso di tanti
simbolismi e gesti riconducibili ad un cerimoniale di corteggiamento.
Il costume maschile, generalmente nero,
è composto da pantaloni al ginocchio con patta quadrata, giacca, gilè e camicia
bianca. Il polpaccio è coperto da ghette chiuse con lunghe file di bottoni.
Caratteristica saliente sono gli sgalber,
zoccoli chiusi con suola di legno.
Il costume femminile, interamente
tessuto a telaio, è costituito da ampia gonna lunga fino ai piedi e da un
corpetto attillato. Si completa con grembiule di lana robusta, sulle spalle un
fazzoletto con ricami floreali che si incrocia sul petto e un ampio scialle di
lana che copre il capo e le spalle.
Il carnevale bagosso conserva intatto il suo spirito indipendente e
l’originalità del suo complesso cerimoniale, rimanendo una festa in cui ancora
oggi Bagolino si identifica e si immerge con il coinvolgimento di tutto il
paese. La manifestazione si svolge tutti gli anni nei giorni di domenica,
lunedì e martedì grasso e la partecipazione è gratuita.
PERLE NASCOSTE: CAPALBIO E DINTORNI
Piccolo borgo medievale, Capalbio è l’ultimo lembo costiero della Toscana meridionale, nel cuore della Maremma, terra in cui si fondono in modo armonico gli aspetti più tipici della mediterraneità e quelli della terra in cui l’uomo ha speso molta fatica col lavoro. Sono evidenti qui le tracce di una storia profonda e misteriosa, dove la natura appare forte e selvaggia, ricca di contrasti tra il mare, la macchia, la campagna. In questa terra l’uomo e il territorio sono gli artefici di una storia antichissima dove gli Etruschi e poi i Romani hanno lasciato le loro tracce.
Nessuno è in grado di dire quando e da dove giunsero le genti che popolarono il piccolo centro che gli etruschi chiamarono Cusi (o Cusia) e che nel 273 a.C. i romani rifondarono come Cosa, oggi a noi nota come Ansedonia. Da lì, già in epoca romana, si diffusero fino al colle di Capalbio, presidio di un territorio coltivabile più ampio e più sano.
Molti i dominatori che si succedettero nel possesso di queste terre, o, sarebbe meglio dire, di questi acquitrini invivibili, dove si moriva a ritmi impressionanti di tifo e di colera, di peste e di malaria. Nonostante la natura ostile, durante la dominazione dei Senesi, la grande energia imprenditoriale di queste genti riuscì a superare le difficoltà ambientali facendo nascere molteplici attività, quali cave, fornaci, miniere, traghetti sui fiumi, e molte altre ancora. In quel periodo partivano da Capalbio merci di ogni genere: lane, pesce, grano, ferro e nel contempo all’interno delle mura, intorno al castello, sorgevano case e casette, chiese e cappelle. Dopo i Senesi, i Medici e poi gli Spagnoli si cimentarono nella bonifica della Maremma, prosciugando e rendendo abitabili grandi estensioni di terreno, opera immane che proseguì ancora dopo l’annessione al Regno d’Italia finché nel 1860 si arrivò a chiudere completamente la foce del lago di Burano, togliendo ogni comunicazione tra il lago e il mare, certi che questo bastasse a scongiurare il paludismo. Ma non ci volle molto a rendersi conto che la certezza era solo un’illusione e che Capalbio continuava ad essere una delle località più malsane della provincia. Neppure il ventennio fascista, con tutti i suoi reclamizzati programmi di bonifica, riuscì a risanarla.
Nel 1951 per Decreto Presidenziale si ottenne la creazione dell’Ente Maremma, avvenimento importantissimo che modificò gran parte del territorio di Capalbio. Nacquero strade, case e la sua fisionomia cambiò. Per più di un decennio l’Ente Maremma espropriò, frazionò, bonificò e trasformò tutta la zona, assegnando terreni e case a una classe contadina che non era mai stata proprietaria di nulla.
I risultati di questa lunga e faticosa opera ora bisogna constatarli di persona, con i propri occhi, di persona: non basta farseli raccontare. A percorrere oggi questa pianura fertile, dove abbondano colture, strappate con le unghie alle malsane Maremme, affiorano i ricordi e i dolori del passato, ma anche una lunga, lunghissima storia piena di suggestione e di mistero.
Valeva ben la pena di sottrarre alla palude questo accesso privilegiato ad un litorale fantastico: dodici chilometri di spiaggia fine e ferrosa, imbrigliata da una duna costiera di macchia mediterranea, prevalentemente costituita da ginepri, e lambita da un mare limpido, incontaminato, che con il gioco delle correnti disegna sull’acqua nastri d’argento e sull’arenile insenature e promontori, un ghirigoro continuo che regala alla costa un profilo frastagliato.
Ma Capalbio non è solo natura, alle meraviglie del territorio protette dall’Oasi del WWF si affianca lo stupore dell’ingegno e della fantasia umana. Uno per tutti, il Giardino dei Tarocchi! E’ un parco artistico, situato in frazione Garavicchio, ideato dall'artista franco-statunitense Niki de Saint Phalle, popolato di statue ispirate alle figure degli arcani maggiori dei tarocchi. Sculture ciclopiche alte dai dodici ai quindici metri, ricoperte di mosaici in specchio, vetro pregiato e ceramiche. “Il Mago” ha la mano ricoperta di piccole tessere di specchi e la bocca de “La Sacerdotessa” da cui fuoriesce una piccola cascata, omaggio della scultrice al giardino di Bomarzo, che scivola su gradini ricoperti di sfoglie di ceramica, finendo in una fontana dove al centro si muove la ruota della fortuna con i suoi getti d’acqua. “La Forza” è una figura femminile che, con un guinzaglio invisibile, domina la forza brutale del drago ricoperto di un manto di specchio verde, “Il Sole” è un uccello posato su un arco, “La Morte” cavalca un cavallo con la falce nella mano. La carta de “L’Impiccato” è posta all’interno dell’albero della vita mentre “La Giustizia” è una figura femminile con all’interno una macchina che rappresenta l’ingiustizia, bloccata da un cancello con un grosso lucchetto. La carta de“Gli Innamorati” è rappresentata con Adamo ed Eva impegnati in un simpatico picnic mentre “L’Imperatrice” è una grande sfinge all’interno della quale c’è un gran salone, un bagno ed una piccola stanza da letto: in questo stravagante appartamento ha vissuto e lavorato per diverso tempo la stessa ideatrice del progetto. Ogni carta è un’esplosione di colore e di fantasia in questo giardino esoterico fuori dal tempo, il sogno realizzato di un’artista folgorata dal meraviglioso parco Guell dell’architetto Gaudi’ a Barcellona. La realizzazione dell’opera è stata un’impresa impegnativa, un lavoro enorme di impianto, costruzione e decorazione durato anni e interamente finanziato dall’autrice per oltre dieci miliardi di lire. Al completamento del giardino con panchine, strutture, decorazioni e cinta muraria hanno contribuito diversi artisti. Dal 1998 il Giardino dei Tarocchi è aperto al pubblico ed in esso vive il ricordo dell’artista scomparsa nel 2002.

Tra lo spettacolo della sua natura selvaggia e quello caleidoscopico dell’uomo, dalle vestigia etrusche al castello romano, dalle torri medievali al modernissimo Giardino dei Tarocchi, Capalbio è un grande palcoscenico sospeso tra realtà e fantasia. Questo deve aver visto il Maestro Michelangelo Antonioni quando nel 1994 scelse la famosa piazzetta di Capalbio per le proiezioni di cortometraggi d’autore. Così è nata Capalbio Cinema, una vetrina internazionale dedicata al Cortometraggio d’autore italiano ed internazionale. Il Festival è noto al mondo del cinema e della comunicazione per il mix di stile e qualità della sua proposta culturale, capace di attrarre nello stupendo scenario di Capalbio decision-makers della comunicazione e della politica, insieme ai tanti protagonisti dello spettacolo e della cultura. Grazie agli innumerevoli attestati dal settore, dalla stampa specializzata e non, il Festival è stato patrocinato nel corso del tempo dalle principali istituzioni del Cinema Italiano ed ha ottenuto il sostegno di tantissime tra le maggiori Aziende nazionali. Per questo particolare posizionamento Capalbio Cinema rende un servizio di promozione insostituibile per un prodotto di nicchia, il cortometraggio, e per la produzione artistica delle nuove generazioni. L’attività di promozione dei corti ha portato il nome di Capalbio nel mondo, tanto che il Festival rappresenta oggi uno dei prodotti culturali di punta dei progetti di marketing territoriale degli Enti Locali. Di converso, il Festival ha portato in Toscana non solo i grandi autori ed interpreti internazionali (da Malcovich a Kiarostami a Kontchalowsky, solo per citarne alcuni), ma anche delegazioni di grandissimo prestigio sul piano politico e culturale (Ministri di cultura, ambasciatori, scienziati, importanti produttori ed artisti). Attraverso il linguaggio della brevità – cifra tipica del corto - il Festival ha messo a confronto il cinema con le maggiori forme di espressione. Negli anni ha radunato intellettuali ed artisti di fama internazionale (Oliviero Toscani, Peter Gabriel, Maurizio Cattelan giusto per fare qualche nome) presentando incontri culturali sulla brevità nelle arti, con spettacoli dal vivo che hanno visto rappresentate le forme brevi in Musica Classica, Teatro, performance, musica pop, fotografia. Col suo motto “Siate brevi” il Festival ha fatto di Capalbio anche la capitale del corto e … della brevità!
Quest’anno il Capalbio Cinema International Short Film Festival si terrà dal 6 al 9 Ottobre e sarà imperniato sulla “Mappa del mondo”. Per dirla con le parole del direttore artistico Tommaso Mottola: “Oggi siamo immersi in un mondo di mappe, eppure uno dei principali problemi degli artisti di ogni disciplina è cogliere la visione di insieme, il grande disegno che ci orienti in un mondo la cui superficie - società, frontiere, credi, politiche, risorse, paure... - è agitata da venti di burrasca.
Il corto è per noi come mappa nautica, con il suo disegno affascinante, preciso, fin troppo dettagliato, eppure indispensabile per orientarsi in mare aperto. Abbiamo bisogno di un nuovo sistema cartografico per orientarci nella società di domani: con questa chiave inedita e con un bando speciale inviteremo i registi di ogni latitudine ad inviare i loro corti a Capalbio.”.
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